Ciao da dove chiami 

E’ notte. Uguale a quelle degli ultimi 15 anni.
Una di quelle tranquille. Che però sono tranquille solo all’apparenza. Forse questa è quella buona.
Esco dal letto come un robot, e vado davanti all’armadio, mi tolgo il pigiama.
Indosso una maglietta e una calzamaglia nera, un passamontagna e mi infilo dei guanti neri di pelle. Per non lasciare tracce.
Volevo assomigliare a Diabolik, ma con tutta questa pelle sembro il poliziotto dei village people.
Devo fare una telefonata. Ed è li che sorge un quesito. Perchè per fare una telefonata mi sono vestito come diabolik, non potevo restare con il pigiama che era pure bello caldo? Troppo tardi. Attraverso il corridoio. Ormai mi sono cambiato.
Vado vicino al telefono. Lo fisso. Lui fissa me. È un telefono fisso. 

Un fastidioso prurito sale dalla mia mano.   Ma perché. Cosa sarà? rabbia? Paura? O forse solo un fastidioso prurito intimo?

tele 

NO!!

Sono gli spiccioli che ho avuto la premura di racimolare prima di uscire dalla mia stanza. Perchè ho preso quegli spiccioli? Non ho mica un telefono a gettoni nel corridoio.

Comincio ad avere dei brividi. Mi ricordo che Sono allergico al nickel. Maledetti spiccioli. 

Comincio a sentire freddo. Dovevo restare in pigiama.
Fisso il telefono. Vedo un bagliore  provenire dal corridoio. Non posso accendere la luce per vedere meglio e capire di cosa si tratta. Sono vestito come un topo d’appartamento e ormai mi sono calato nella parte, non voglio che mi becchino. Mi avvicino per individuare la fonte di quel bagliore. Da dove proviene . Si tratta di una scheda telefonica che riflette la sua luce su una scheda telefonica in cucina. 

Qualcuno deve averla lasciata li?
Ma chi? Io mica ho il telefono pubblico. E’ tutto molto strano.
All’improvviso un rumore, di oggetti che cadono, un felpato rumore di passi.
Un gatto mi passa sui piedi. La calzamaglia non ha tasche e io sono rimasto tutto il tempo con le monete in mano. Ho la mano grande quanto una cabina telefonica. Sta diventando in ossessione ‘sta storia del telefono. 

Spaventato dal gatto, che non è mio, faccio un balzo indietro facendo cadere tutti gli spiccioli. Oltre il grosso spavento mi chiedo da dove sia entrato il gatto. Io sono allergico al nicknel ma anche ai gatti. Comincio a starnutire e mi rendo conto che l’allergia si sta manifestando in tutta la sua forza.
Se passa un gatto di nickel sono fottuto. Mi chino per raccogliere le monete.

Devo fare quella telefonata,  ho bisogno di quegli spiccioli. O forse no? Giova gli spiccioli non ti servono. 

Ma certo! Adesso Ho la scheda telefonica che ho trovato prima. E’ perfetto. Anzi, sarebbe stato perfetto E mi rendo conto che se avessi avuto un telefono pubblico in casa sarebbe stata una manna dal cielo. Infastidisto,  Lancio la scheda telefonica per terra. Che vola via e taglia di netto la coda al gatto. Mi sento in colpa. Mi chiedo qualora il gatto fosse stato di nickel probabilmente avrebbe ancora la coda attaccata. Ma con un gatto di nickel io probabilmente sarei in totale shock anafilattico da almeno 3 giorni. 

Fanculo il gatto.
Vado vicino al telefono, sollevo la cornetta nel momento in cui sta squillando. Maledizione proprio adesso. Impreco. Al di là della cornetta un operatore di call center. Dice di chiamarsi Antonella ma ha l’accento panamense. Ecco perché mi chiama nel bel mezzo della notte. Dopo una lunga chiacchierata scopro che Antonella non è di panama ma del Costa Rica,  e che in realtà si chiama Maria Vega Assuncion, mi ha offerto di cambiare gestore della luce. io mi rendo conto che sono totalmente al buio e mi lascio convincere.  In omaggio mi invieranno anche un telefono a gettoni e mi rendo conto che ormai è un oggetto indispensabile per la mia sopravvivenza.

Laura, un’altra operatrice che ha gestito la mia pratica per l’acquisto, insiste a chiamarmi signora. Mi concentro sul suono della mia voce. E’ qualcosa di molto vicino al timbro di Alvin dei chipmunks. Certo. La calzamaglia. Mi stringe il pacco. Finalmente qualcosa di positivo. Non il pacco costretto, ma la voce. Non mi riconosceranno al di là della cornetta. Laura riattacca. 

Il telefono è finalmente libero.
Faccio il numero e gioco nervosamente con la coda del gatto. I peli mi vanno nel naso e la mia faccia si gonfia. Ho le labbra di Angelina Jolie.
Il telefono squilla.
Squilla di nuovo.
E ancora una volta.
Nulla
Riattacco.
Fisso il telefono, completamente ricoperto di sangue. Non credevo ne uscisse così tanto dalla coda dei gatti.
Il gatto si è messo a dormire sul mio pigiama. Gli lancio la coda. Lui scappa, ma ormai il pigiama è inutilizzabile e pieno di peli.
Mi toccherà tornare a dormire vestito come diabolik. Mi infilo nel letto.
Sono ancora malinconico. Il bilancio della serata è un gatto morto, irritazione allergica a metà braccio ed emi paresi facciale. Io volevo solo giocare al Lion trophy di tele monte  carlo. 

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Milano, le strade e le persone

Una storia come tante, magari anche più banale di altre, ma è frutto della mia esperienza quindi per quel che mi riguarda vale la pena di essere raccontata.
Ho vissuto a Milano per circa 3 anni. Un’esperienza piena. Lavoro, naturalmente, amici, relazioni. Ma soprattutto, Milano.
E’ inutile raccontarvi dei miei amici o delle persone che ho frequentato se tanto non conoscete le persone coinvolte.
Però Milano la conoscete. Ne avete una vostra versione per lo meno, della serie “ue ciccia benvenuta a Milàn, figa, aperitivo, nebbia e PM10”.
Ecco magari no.
Io non la conoscevo ai tempi, adesso la conosco un pochino meglio.
Cosa ho imparato della mia vita milanese.

milanoMi ha insegnato a non perdermi. Mi sono perso un sacco di volte, a milano. Quindi sbaglio quando dico che mi ha insegnato a non perdermi, sarebbe più corretto dire “mi ha insegnato che è meglio non perdermi”. Mi ha insegnato a percorrere la strada che conosco, senza tagliare per la scorciatoia. Mi ha insegnato che se conosco una strada, è meglio percorrere quella strada.
I primi tempi mi ha insegnato a non perdermi. Però poi mi sono reso conto che conoscevo solo una strada che mi portava a casa.
Quindi si ho deciso.
Milano mi ha insegnato che perdersi ti fa conoscere strade nuove. Meglio perdersi in una strada sconosciuta che in una che conosci già.
E che se cambi strada cambiano le persone che incontri. E qui parte la seconda cosa che Milano mi ha insegnato.
Le persone a Milano sono come le sue strade.
Tu stai percorrendo una strada, e ad un certo punto quella strada cambia. Tu stai percorrendo Viale Cassala, che all’improvviso diventa viale Liguria e senza che tu te ne accorga ti trovi su viale Tibaldi. Passando per viale Toscana che poi diventa viale Isonzo. Eppure quella strada è sempre dritta. Come una persona sai dove nasce, la vedi crescere e lei sta cambiando ma tu non ci fai caso. E te ne accorgi solo quando ormai è troppo tardi.
Le strade a Milano sono una Metafora della vita.
Ci sono questi grandi piazze rotonde. Con in mezzo i parchetti per i cani. Ci sono le panchine, e le fermate degli autobus. Milano è piena di grandi piazze rotonde, potresti guidare senza disinserire il blocca sterzo per quante rotonde ci sono.
Stanno tutti la. Quando scatta il verde si comincia a camminare. Ognuno ha la sua direzione, e tu sei convinto di percorrere una strada parallela a quella del tuo amico e invece no, quelle strade non ho mai capito come, divergono. Sembrano correre parallele ma in realtà si allontanano in maniera impercettibile. E tu ti ritrovi da una parte e il tuo amico chissà dove è andato a finire. E non vuol dire che vi siete persi, perchè poi magari ognuno arriverà ad un’altra rotonda, prenderà un’altra strada e inspiegabilmente vi reincontrerete.
A volte invece cammini e qualcuno si perde per strada.
Le strade di milano sono come le persone. Sei convinto ti camminino vicine e poi ad un certo punto non ti sono più vicine come lo erano un tempo.
Ah già, il tempo.
Il tempo a milano è come le persone.
Esci di casa che piove e c’è la nebbia, esci da lavoro che diluvia e c’è tantissima nebbia, esci dalla metropolitana nevica e  dove cazzo sono finito cos’è tutta sta nebbia.
Però a volte esci che piove e c’è foschia e quando riemergi dalla metropolitana c’è il sole e tu proprio non te lo aspettavi. Il tempo a milano, come le persone, a volte ti stupisce anche quando non te lo aspetti

Oggi sono malinconico, non si direbbe, vero?

Partire è un po’ morire. Ma morire non è partire un po’ troppo?

NOI
NON
SIAMO
TUTTI
UGUALI

Aaaahhh finalmente mi son tolto questo macigno dallo stomaco. Ora mi sento molto meglio. A no? Non siete d’accordo? E’ inutile che storcete il naso ho ragione.
Guardatevi attorno allora. Ma li vedete? Sono diversi da noi! Sono MALATI.
Li capite quando parlano? Io no.
Tornatevene da dove siete venuti. Si si è inutile che andate a rompere le scatole negli altri paesi.
Ah ma tanto non durerà a lungo, tempo un anno e verrete rispediti nel vostro paese d’origine.
No ragazzi non siamo tutti uguali. Parlo proprio con te studentello sfigato. Perchè tu non sarai mai come quello studente li, non potrai mai assomigliare ALLO STUDENTE CHE E’ ANDATO IN ERASMUS.
Immagine“..No caro amico, non sono d’accordo, parli da uomo ferito…”
Vi rendete conto di quanto io sia disperato? Ho dovuto prendere a prestito le parole di “teorema” di Marco Ferradini. Noto al grande pubblico per essere sparito, più che per la sua nonché unica canzone

Si è vero caro Marco Ferradini, sono un uomo ferito. Io l’erasmus non l’ho fatto. Nella mia università ci si stava affacciando da poco alla possibilità di farlo, e senza la possibilità di sostenere gli esami. Quindi lasciai stare, non ci provai neanche.
Però sono circondato da amici che lo hanno fatto. Loro sono partiti. Loro sono quelli che ce l’hanno fatta. Non esiste una cura contro questa specie di influenza stagionale. Ogni hanno ritorna e miete tante vittime.
Ma sarebbe il caso di procedere ad analizzare i sintomi e capire come ci si può difendere da questo morbo

Il grande problema del virus dello studente ERASMUS MEDITERRANEO è la sua massiccia diffusione. E’ praticamente ubiquitario. Si annida all’interno dei politecnici colpendo in maniera indistinta sia gli architetti, che in preda a visioni mistiche entreranno in contatto con il loro spirito guida impersonificato dal guru dell’architettura italiana, Renzo Piano, con la missione di esportare il buon gusto italiano in tutta europa, mentre gli ingegneri, le cui difese immunitarie sono state stroncate dall’esame di scienze delle costruzioni, si sparpaglieranno anch’essi un po’ qua e un po’ la. Inghilterra e Olanda sopratutto.
Una categoria che facilmente viene colpita dalla sindrome dell’ “Estudiantes Vagabondi” è il laureando di economia. Anche qui la Spagna la fa da padrona. Gli studenti baresi di economia hanno anche un fattore ambientale che gli rema contro. Essi sono infatti abituati a studiare in facoltà, sotto la tangenziale di Bari, e verranno catapultati al centro della movida di grandi metropoli europee. Non è facile sopravvivere.
Ma la categoria che più si è arresa all’erasmus, quella a più alto tasso d’infezione, che nel buon nome della facoltà a cui è iscritta ha deciso di donare i propri globuli bianchi e relativo midollo osseo alla scienza, restando così totalmente priva di difese immunitarie contro il batterio killer dell’Erasmus, è lo studente di medicina.
Una diaspora. Uno studente su 3 di medicina è andato a studiare fuori. Alcuni in paesi sconosciuti, novelli Cristofori Colombo, partiti per andare a studiare in Spagna che invece si sono ritrovati in sperdute isole nelle canarie con un’antica quanto sconosciuta tradizione medica.

Queste sono più o meno le categorie più colpite. Ma la malattia come si manifesta?
Solitamente l’approccio tipico è questo, senza distinzione di corso di studi. Si avvicina questa persona, non il classico amico, un conoscente,  uno di cui difficilmente ricorderai il nome, e quando lo incontri c’è il festival del ” we carissimo, ciao grandissimo”. Per comodità di narrazione lo chiameremo “Coso”. Insomma Coso ti affronta con fare sornione, fingendo una falsa tranquillità esteriore, ma nonostante tutto riesce a malapena a celare la gioia, eccitato come un quattordicenne alla fiera dell’eros, ed è in quel momento, mentre parlate delle solite frasi di circostanza che ad un certo punto ti dice:
-“beh allora, mi verrai a trovare?”
-“Perchè scusa, dove stai andando?
-“AH scusa, credevo te lo avessero già detto. Sai, la voce gira da un po’, beh ecco vedi, non so come dirtelo, ma a settembre parto per l’ erasmus. Vado a PALMA DI MAJORCA”.
Io è solo grazie a questi individui che ho scoperto che Palma di Majorca esiste anche d’inverno. L’ho sempre considerata tipo l’acquafan di Riccione. Da Aprile a Settembre aperto, poi la smontano e vanno a fare la stagione alle Maldive. Pensavo fosse stagionale, tipo il bar a forma di Limone.
A questo punto Coso attacca il pippone per spiegare il perchè di questa meta esotica e prova a dimostrarti la serietà dal punto di vista della didattica della sua destinazione. Infatti, rispetto a tutti quelli che vanno in Spagna, l’università di Palma di Majorca è tostissima, che in una ipotetica scala evolutiva i professori di Palma si trovano un gradino sotto Satana e addirittura sopra Alessandra Celentano di Amici. Inoltre secernono un veleno che raccolgono in una vescica che hanno sulla testa centrale ( a Palma di Majorca i professori hanno tre teste) e se sbagli 2 domande su 3 all’esame, il giorno dopo MUORI. Per andare avanti li, ti devi fare il mazzo.
Dopo averti convinto della serietà della sua scelta, prima di congedarsi ti dona il suo cuore, perchè l’erasmus è condivisione e apertura verso nuovi popoli e ti dice:
-“oh quando vuoi, se passi di là sei mio ospite”
-“Grazie, non lo dimenticherò mai, ciao Coso”

Questa è la fase di incubazione della malattia. Poi arriva l’esplosione conclamata. Ovvero il post strappalacrime su facebook il giorno prima della partenza:

“Devo andare, lo faccio per il mio futuro. So che qui è la mia vita, qui i miei amici, vi porterò dentro. Basterà un attimo e voi sarete li con me. Grazie a tutti, ma grazie sopratutto a te Shannon, amore mio. Tu mi hai assecondato in questa scelta, io ti amo e ti amerò e la distanza non farà altro che rafforzare il nostro amore”.
Vorrei dire 2 cose a Shannon: sei nata a Mariotto, come cazzo gli è venuto in mente ai tuoi di chiamarti Shannon, e seconda cosa non credere a nulla di quello che ti ha detto, perchè Coso, a Palma di Majorca entrerà in un turbine di Sangria e figa che a malapena ricorderà il tuo nome.

Se vuoi io ti posso consolare, dolce Shannon di Mariotto, frazione di Bitonto.

bot spiaggia

Dopo questo post strappalacrime, Coso, dimenticherà l’italiano. Tu non sarai più amico ma “amigo”, non ti dirà più mi dispiace ma “lo siento”. Dimenticherà di essere nato sotto il segno della birra, ascendete Peroni e si nutrirà solo ed esclusivamente di sangria e suoi derivati.

Immagine

Però Coso ha un cuore, e ogni tanto scriverà qualcosa in italiano, però con traduzione a fronte in spagnolo, per tutti i suoi amici,vecchi e nuovi. E per non scontentare nessuno, durante le partite delle nazionali tiferà anche per la Spagna. L’anno sarà un susseguirsi di foto totalmente ubriaco e al bivacco, portatore sano di occhi rossi ma comunque con all’attivo 37 esami superati con l’imbarazzante media del 27 con lode. Si 27, con lode. A Palma si può.
E nonostante tutto, il peggio per noi poveri stronzi rimasti in Italia deve ancora venire. Perchè quando tornerà a casa in Italia, per noi amici saranno 2 mesi d’inferno. Dove ogni giorno ci verrà ricordato quanto la nostra città fa schifo e non c’è nulla da fare, e tenterà di organizzare un bottellones anche nel soggiorno di casa di sua nonna.
Lui era abituato a vivere mentre voi siete morti dentro Ecco, un consiglio. Questo non è il momento migliore per dirgli che mezzo condominio si è fatto Shannon.

E comunque nonostante tutto, ai miei amici che sono andati in erasmus voglio bene, in un modo o nell’altro. Mi hanno ospitato, mi hanno fatto conoscere posti e persone, tapas, e feste in casa senz senso. Tornare a vivere in casa con tutta la famiglia non è facile, sopratutto dopo questi mesi di… di studio.
Quindi forse sono stato un po’ troppo cattivo.
Non siamo poi così diversi Perchè l’erasmus lo abbiamo fatto un po’ tutti. Chi è partito e noi che l’abbiamo subito.

Noi non avremo fatto l’erasmus, ma voi non saprete mai cosa vuol dire non averlo fatto.
Hasta luego

Erasmus