Perchè la vita non è altro che una partita a Tetris

I videogiochi influenzano la realtà e la crescita dei bambini?
Boh, non lo so, può essere.  Non sono un grande fan dei videogames. Anche se con questa moda del fluo, ieri mi ha attraversato la strada una tizia vestita tutta di giallo fluo, seguita da tre amiche sue vestite da blu fluo, rosso fluo e verde fluo. Mancavano solo dei pallini gialli per terra e sarebbe sembrato pac man nella vita vera, quindi si, forse qualcuno si lascia influenzare.

 

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Ma al contrario funziona?
Nel senso, noi influenziamo i video game? Sicuramente si.
Da qualcosa dovranno trarre ispirazione. Voglio dire una archeologa  mezza velina e mezza bonazza, armata come robocop, in shorts e canottiera e con  2 tette enormi che assomigli a Lara Croft sicuramente sarà esstita.
Ma quello che mi balenava in testa è: ci sono giochi che non centrano niente con la vita reale che però poi a pensarci bene somigliano alla vita reale.

No non sto pensando ai pokemon anche se ho un amico che soffre di aerofagia e non lo distingueresti da Charmender quando sputa le fiamme.
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Bisogna andare molto lontano sia come evoluzione di grafica sia se invece parliamo di data di uscita del gioco a cui sto pensando.
Bisogna tornare bambini, qualcuno forse anche spermatozoo.
Io pensavo al tetris.
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Cosa è il tetris. Tu hai il tuo spazio vuoto, ne puoi fare ciò che vuoi. O almeno credi. Ma non hai neanche il tempo di pensare a come arredarlo, cosa farne, se organizzare una grigliata o una partita di lupus in tabula che cominciano ad arrivarti delle cose, che invadono il tuo spazio. Simili per costruzione ma comunque diverse, e se le usi bene, sfruttandole al massimo del loro potenziale, ti fanno andare avanti senza problemi. Se invece sei superficiale sti cosi invadono il tuo spazio, lasciando dei buchi che non puoi riempire e che ogni volta che li vedi ti sale un embolo, e ti incasinano tutto. E tu impieghi il tuo tempo a cercare di vivere la tua vita, perchè alla fine nei videogame uno ha le vite, beh insomma cerchi di prolungare al massimo la tua vita facendo tutto in maniera ordinata così non arrivi con l’acqua alla gola. E poi hai quella musichetta, (se non la ricordi clicca qui) ritmata al punto giusto, fai quello che devi fare senza fiato sul collo e vai avanti e più sei bravo e più vai avanti, e più quella musichetta diventa incalzante e sai che se sta suonando cosi è perchè sta per finire il tempo, te ne resta poco. E arrivi ad un certo punto che cerchi di fare tutto il più in fretta possibile prima che finisca il tempo e perdi la vita.
La Vita?
Effettivamente se ci pensate bene, visto così, a me il tetris mi sembra liberamente ispirato alla vita vera. E i cosi che cadono non sono altro che le persone che incontri, le cose che fai, le tue scelte e le cose che non scegli. A volte fai le scelte giuste, a volte sbagliate, a volte ne fai una sbagliata però subito dopo ne fai una giusta piazzata nel posto giusto e quelle due si compensano. Ma la difficoltà non è solo dove la metti, ma sopratutto cosa ti capita.

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Il quadrato è comodo. Come lo giri e giri a lui non glie ne frega niente. Un pò come il sopra del pigiama di inverno e fa un freddo cane e state morendo di sonno e state facendo petting con il piumone da almeno tre quarti d’ora, capita che ve lo mettete al contrario per la fretta, però “oh, fanculo, lo tengo al contrario tanto devo dormire e sono da solo” (questo vale solo se non vi vede vostra madre che potrebbe dire ” e se muori nel sonno e ti trovano con il pigiama al contrario cosa devono pensare le persone?”
Vabbè insomma il quadrato è abbastanza liscio. lo giri e lo smonti, li è, sempre uguale. D’altronde anche Pitagora diceva che “il quadrato costruito su un quadrato forma un rettangolo” e quindi…
Poi c’è la T, che non è una T, è una T nana. A me la T mi esaltava, perchè era complicata però ogni tanto si creava un buco giusto giusto per la T e quando la mettevi li nel posto corretto io mi sentivo come Arnold Schwazenegger in “atto di forza” quando metteva la sua mano nel’impronta dove c’erano solo 4 dita. La potenza.

La T nella vita reale la paragonerei a quelle cose per cui lotti, ci costruisci tante cose attorno, anche con difficoltà. E quando ci riesci sei soddisfatto. evviva la T

Poi ci sono le L. quelle mi sono state sempre un po’ sul culo. Perchè un posto adatto non lo avevano quasi mai. Difficilmente ti svoltavano la partita, però c’erano e te le prendevi: sono le cose che ti capitano, indipendentemente dal tuo volere, però non danno troppo fastidio. E’ tipo quando piove a pasquetta. Piove per tutti. Amen.
E poi ci sono le I. A dir la verità ne cadevano proprio poche. Però se arrivavano nel momento giusto ti svoltavano. Potevano liberarti 5 piani del tuo spazio. Sono gli amici, una fidanzata, i tuoi genitori. Quando meno te lo aspetti, la svolta. hip hip urrà per le I.

Le ho lasciate per ultime, mentre scrivevo ci pensavo e già mi usciva il sangue dal naso.
Le Z. Minchia le Z. un dito nell’occhio. le zeta erano i merdoni. Sopratutto in orizzontale, incastrarli era quasi impossibile. E quando riuscivi a piazzarle comunque ti creavano un altro gradino, e li dovevi diventare Brunelleschi, dovevi incastrare, scolpire uno spazio per allisciare tutti quei gradini. Le Z, prima o poi arrivano, a volte da sole, a volte una dietro l’altra. Sono le cose brutte. le perdite, i litigi, le delusioni. Arrivano a tutti, anche quando meno te lo aspetti, e ti sconvolgono tutto, ti creano i buchi e ti tolgono spazio.

E’ li che che il tetris sembra molto simile alla nostra vita.
Però non puoi spegnere e ricominciare però. Devi andare avanti.
È importante trattare tutti i pezzi bene, belli o brutti che siano. E,  probabilmente prima o poi arrivano anche quelli buoni, quelli che ti riempiono i buchi e ti fanno vincere la partita.

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Il rasoio di Beppe Vessicchio

Finalmente ci siamo. Gli occhi puntati sulla Liguria. Negli ultimi tempi se ne è parlato soltanto, della Liguria, per le inondazioni e Beppe grillo.
E Adesso anche Sanremo.
Davvero sfigati ‘sti liguri.

Finalmente inizia il festival. Il primo fu nel 1951. Circa l’invecchiamento abbiamo delle riserve.

1951

 

Sanremo non è un festival, ma è un progetto nato per monitorare le attività cerebrali degli italiani. Per questo siamo arrivati alla 66° edizione. Dopo tutti questi anni ancora nessun risultato significativo.

Qualcuno parla anche del fatto che ci sia della buona musica, ma è un dato abbastanza opinabile.

L’obiettivo del festival di Sanremo è molto semplice. Capire il ruolo sociale di Irene Fornaciari, nota al grande pubblico non solo per essere il più grande errore di suo padre Zucchero, ma per aver esordito a Sanremo nel 2011 con il brano: il mondo piange. Anche se ascoltandola più volte si comprende che il titolo corretto sarebbe dovuto essere “Hey amico, perchè dal momento in cui ho premuto play hanno cominciato a sanguinarmi copiosamente le orecchie?”.
Ma il Festival di Sanremo come è nato?

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L’ipotesi più accreditata è quella che vede protagonista Beppe vessicchio, che per scissione binaria di un pelo della sua barba abbia generato diverse competizioni canore in giro per l’italia. Metà pelo ha creato Sanremo, e l’altro metà di pelo ha generato il reality ti lascio una canzone, che a sua volta ha generato “il Volo”.

Dopo questa prova di forza un team di esperti capitanato da Luzzato fegiz (143 anni all’anagrafe) imposero il veto al maestro Vessicchio di radersi.
La motivazione? Guardate cos’ha fatto con un pelo, immaginate cosa potrebbe fare con tutta la barba.

Le uova fanno bene

Il mio primo giorno di scuola è una di quelle date indelebili nella mente di ognuno. Io ricordo distintamente il mio primo giorno allo scacchi, fu importantissimo. Successe qualcosa che avrebbe cambiato radicalmente il mio quinquennio scacchista. 

Ricordo una bella giornata, e il rumore classico del traffico del ponte corso Cavour (se sei di Bari hai sicuramente letto Càvour). Ma tutto a un tratto il rumore cambio, il suono pesante delle auto lasció posto al ronzio fastidioso di diversi motorini 50. Stavano arrivando gli scooter. 

  Ognuno con 2 persone a bordo. 

Allora era vero, non era una leggenda metropolitana. Stava per avere inizio l’antica giostra medievale del LANCIO DELLE UOVA ALLE MATRICOLE. 

Attimi di panico. Tutti che scappano in cerca di un riparo che non c’è. Ricordo poco. Ma impressa nella mia mente c’è una scena.

Un uovo che parte da una mano, e vola fiero verso il suo bersaglio designato, che di spalle è ignaro di ciò che sta per succedere. Qualcuno si lancia a rallenty come nella famosa scena di “guardia del corpo” nel tentativo di evitare un evento che avrebbe avuto conseguenze disastrose per l’umanità. 

Niente da fare. Il Bersaglio è stato scelto, e il letale ovetto è pronto a portare a termine la missione e sacrificare il suo carico proteico. 

SPLOFFFFFFFF!

….

Scende un silenzio assordante. L’unica cosa che si sente sono i pezzettini del guscio dell’ovetto kamikaze che cadono per terra. 

Poteva colpire chiunque, matricole, professori, passanti, oppure infrangersi contro un muro. E invece no. 

L’involucro calcareo dell’uovo va ad infrangersi proprio lì, sulla testa della massima autorità scolastica. Al centro della sua lucidissima pelata. 

Sua maestà Manzari, il bidello, è stato colpito. 

In quell’istante tutto si fermò. Tutti quanti si resero conto che quello fu un grave errore. Perfino la Giasi, nota per la sua autorità, pensate che soltanto fissandola per più di 4 secondi vi provocava sanguinamento dell’orecchio, esclamò le seguenti parole, degne del più grande colossal hollywoodiano, mentre fissava l’albume candido che cominciava a colare sulla calotta cranica del Manzari: “che il signore Gesù abbia pietà di noi.” 

I treni alla stazione si fermarono, i topini di piazza Umberto cominciarono a commettere atti di cannibalismo gli uni verso gli altri, le borse crollarono e Santina svenne. 

Io non sapevo chi era la persona colpita, ma sin da subito capì che doveva essere un pezzo grosso viste le reazioni della gente. 

Quindi mi avvicinai e gli offri un fazzoletto.

Senza guardarmi, prese tutto il pacchetto ed entró nel corridoio. E li sparì. 

La folla si disperse e tutti entrammo in classe. 

Giorni dopo lo incontrai. 

Si ricordava di me. Non mi disse grazie, ne tanto meno me lo aspettavo. Gli a avevo dato solo un pacco di fazzolettini. 

Parlammo. Scopri che come me abitava a Modugno. Diventammo amici. Mi veniva a chiamare millantando di essere richiesto in presidenza dal preside in persona, salvandomi da interrogazioni che sarebbero finite in un bagno di sangue. E mi diede una copia delle chiave del potere. La chiave dell’ascensore dei professori. Potevo fare su e giù senza farmi 8 rampe di scale. 

Fu un grande giorno il mio primo di scuola e lo furono tutti quelli passati in quel manicomio li. 

Quindi in bocca al lupo a chi comincia oggi e ricordatevi, se volete avere successo nella vita, portatevi i fazzoletti

Partire è un po’ morire. Ma morire non è partire un po’ troppo? – Tutto quello che non sapete sui funerali del boss di Roma casamonica

A seguito del tanto discusso funerale del boss capitolino, di seguito tutto quello che in pieno stile mafioso e quindi omertoso, i giornali non vi hanno detto

-i vicini, intervistati da studio aperto, hanno dichiarato che il boss non salutava mai ed era uno stronzo. 

-per sensibilizzare l’opinione pubblica contro questo tipo di eventi è partito il #BossHucketChallenge dove ognuno dovrà versarsi addosso dell’acido ghiacciato però senza nominare nessuno in segno di omertà.

-vista l’eccentricità della carrozza e la poco fine gestione di tutta la cerimonia funebre, pronto il nuovo format di discovery Real time condotto da Enzo Miccio “MA COME TRAPASSI!”

-il corpo del boss dopo il funerale verrà insabbiato

-l’organizzatore della pomposa cerimonia a seguito delle contestazioni ha dichiarato che si trattava solo di un funerale elegante 

-partita la petizione del M5S per avere conto e ragione di tutto il denaro utilizzato per la cerimonia. Con tutto quello speso per il funerale del capomafia si potevano organizzare almeno 10 funerali per 5 malavitosi meno abbienti

-nella prossima puntata di porta a porta, bruno vespa avrà in studio la bomba al plastico del funerale. 

-durante la messa forte imbarazzo quando il prete si è posto in piedi di fronte alla bara con le braccia aperte e rivolto al defunto ha esclamato “vieen, vieen cà, vienet a pijà u perdon”

Chi Salva Salvini?

Oggi c’è il comizio di Matteo Salvini a Bari.
La sua campagna è basata fondamentalmente sulla lotta all’immigrazione.
Quindi Matteo, giusto 2 cose per ricordarti dove stai venendo a parlare.
In una città che accoglieva immigrati che scappavano dalla guerra nei Balcani. E venivano con i gommoni, manco con i barconi.
C’è un chiesa russa, dove pregano gli ortodossi accanto ai cristiani. E non si è mai lamentato nessuno.
Sei nella città dove fino a ieri si è festeggiato il santo patrono, Nicola, un santo nero. Di colore.
Stai venendo nella città dove c’è, anche se ancora per poco, un governatore gay.
Nella città dove si mangia patate riso e cozze. Perché qui tutto ciò che è diverso si mischia alla perfezione.
Quindi Matteo, grazie per la visita ma non c’era bisogno. Però se vuoi ti facciamo vedere la casa, che da noi si usa così.

Rileggiti le parole della moglie del sindaco Dalfino, quando a Bari attraccò la nave Vlora, con 20.000 persone a bordo.

« Andò subito al porto, prima ancora che la Vlora sbarcasse. A Bari non c’era nessuno del mondo istituzionale, erano tutti in vacanza, il prefetto, il comandante della polizia municipale, persino il vescovo era fuori. Quando uscì di casa però non immaginava quello a cui stava andando incontro. Dopo qualche ora mi telefonò dicendomi che c’era una marea di disperati, assetati, disidratati, e aveva una voce così commossa che non riusciva a terminare le frasi. Non dimenticherò mai l’espressione che aveva quando tornò a casa, alle 3 del mattino dopo. “Sono persone” – ripeteva – “persone disperate. Non possono essere rispedite indietro, noi siamo la loro ultima speranza”. »

Noi, i ragazzi dello zoo della stazione di Bari

Quando sei adolescente succedono un sacco di cose.
Storie che ti porti dentro e che un giorno racconterai ai tuoi figli o ai tuoi nipoti.
E io aspetto quel momento per raccontare la mia storia.
Quando mio figlio sarà seduto sulle mie gambe e mi dirà
-“papà, dammi qualche consiglio su come sopravvivere a questa dura vita”
Bè io, gli racconterò questa storia.

Quando ero adolescente, uscivo dallo Scacchi, e dovevo andare a prendere il treno.
Mi toccava attraversare interamente Piazza Moro. La piazza della stazione centrale.
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Fino al 2001 quella era terra di nessuno. Avete mai visto Godzilla aggirarsi in Piazza Moro, o bere alla fontana?
No. Perchè aveva paura di loro.
I TOPINI.

Talmente veloci e letali che in un antico manoscritto rinvenuto agli scavi di piazza mercantile, essi venivano descritti come esseri mitologi metà topini e l’altra metà pure, talmente erano topini.
Come i maiali si nutrivano di tutto, orologi, soldi, anche penne. Così avanti nella loro economia, che già da subito se prima ti chiedevano mille lire, passarono direttamente a ” oh trmmà tin l trris, ao damm’un eur.
DAMMUNEUR
C’erano pochi modi per sfuggirgli
Uno era avere un amico ammanigliato.
Io ad esempio avevo un topino che veniva nel mio liceo. Cioè non è che veniva allo scacchi.
Nel senso che non frequentava nessuna sezione. Veniva “a fare le frecce bianche” ai liberty. E le vendeva il sabato sera allo Stradivari agli stessi proprietari a cui li aveva rubati la mattina, millantando di avere un cugino che abitava “do dret” e che aveva fatto un incidente, con un liberty. Motore distrutto e da buttare, ma le frecce miracolosamente sane.
la dimostrazione che se sei un genio puoi fare fortuna anche se non nasci nella silicon valley.
L’altra possibilità per sopravvivere era vederli o sentirli arrivare.
Li sentivi perchè si muovevano a gruppi e si davano gli schiaffi. Così, per gioco. per temprare la loro anima e dimostrare la loro forza. Schiaffi e schicchere che avrebbero fatto svenire anche…nessuno. Quelle schicchere non ti facevano svenire, ti smaterializzavano. Quando ti risvegliavi era già troppo tardi. Ti ritrovavi smontato e rimontato con altri pezzi di malcapitati.
Lo facevano per tenersi allenati per quando smontavano i motorini rubbati.
Tutto questo fragore di ossa rotte, morte e sangue coagulato ti permeteva di sentirli avvicinare.
Ma adesso è tutto inutile.
Adesso hanno inventato i motorini elettrici.
Silenziosi e invisibili come i ninja.

Però devo essere grato a queste persone. Mi hanno insegnato a vivere la strada.
A non sapere mai che ora fosse, per evitare di mostrare l’orologio. A essere parsimonioso e a non uscire con i soldi.
A comprare penne economiche perchè comunque sarebbero finite nelle mani di “Renzucc”. Per farne cosa nessuno lo sa.
Ma sopratutto mi hanno fatto conoscere una persona di cui non so il nome, ma che all’ennesima richiesta di soldi per il terzo giorno di fila, si presentò a me e mi disse
– Aoh m raccomand, ‘ca i so u figghi du squaaaaaal.

Ciao figlio dello squalo.
Tua madre immagino chi sia.

E questo quello che ho imparato dalla vita figlio mio.
Qualsiasi cosa farai nella vita, qualsiasi persona incontrerai nel tuo viaggio, e qualsiasi luogo vorrai raggiungere, ricordati figliolo, prendi L’autobus.
Che il treno è pericoloso.

Il cavallo bianco di Napoleone 

Quanti erano i 1000di Garibaldi?

Quanti erano i 300 di Leonida?

Sembra una domanda sciocca ma per me non lo è. Se fossi stato Garibaldi, vedendoli schierato davanti a me avrei detto: “questi mille sono? Mi sembrano molti di più”

Quante arance ci vogliono per fare 1000?Il problema degli immigrati morti è che sono 700. Cioè il problema è proprio che sono 700. Potevano essere 200 o 300 o 900 per noi non sarebbe cambiato nulla. 

È una quantità che interessa solo al becchino per sapere quante bare portare. Sarebbe stato più facile se fossero stati 3 o 5 perché sono numeri che conosciamo. Se metti 3 arance sul tavolo chiunque le vedrà dirà che sono 3. 

Se ti procuri un tavolo più grande e ne metti 700 verranno fuori i numeri più assurdi. Qualcuno ti dirà che sono 539, qualcuno 2000, qualcuno dirà che sono così tante che se ne togli o ne aggiungi una, non se ne accorgerà nessuno. Perché 700 è un non numero. 

Una di quelle cifre che la maestra elementare ti inserisce nei compiti per metterti in difficoltà. Per sapere se sai fare le somme con le decine, non per sapere se sai contare. 

Quindi gli immigrati hanno la colpa di essere morti in un numero “immateriale”Per renderci conto di quanti sono dobbiamo usare metodi più drastici. 

Visto che come sempre si è creato l’indignazione da social, dove ognuno dice la sua, questo post incluso, Provate a togliere 700 amici da Facebook e vedete cosa resta. Oppure cercare di dare una materialità al numero 700.

Tipo lanciare 700 arance in mare. 

Tipo stare muti per 11 ore e mezza. 

Ovvero 1 minuto di silenzio per 700. Poi vediamo cosa resta.